Sono le 7:40 e Marco, tecnico di linea in uno stabilimento manifatturiero, ha dieci minuti prima del turno per capire perché lo stipendio di luglio non torna. Il cedolino è su un portale HR raggiungibile solo da PC, ma in reparto ha solo lo smartphone aziendale: dovrà chiedere alla segreteria, aspettare, tornare più tardi. Nello stesso momento, in un ufficio amministrativo a duecento chilometri di distanza, Chiara sta cercando di prenotare due giorni di ferie: il portale ferie non dialoga con il calendario del gestionale, quindi dopo aver inoltrato la richiesta scrive comunque una mail al suo responsabile “giusto per sicurezza”. Nel primo pomeriggio, Davide, area manager commerciale sempre in mobilità tra un cliente e l’altro, scopre solo per caso che l’azienda ha lanciato una nuova policy su smart working: la comunicazione era arrivata via email tre giorni prima, in mezzo a una casella già satura di notifiche da CRM, gestionale spese e piattaforma formazione.
Tre persone, tre ruoli, tre generazioni professionali diverse. Un unico denominatore comune: nessuno dei tre ha un problema di competenza o di motivazione. Hanno un problema di accesso, costretti a inseguire un’informazione basilare (una busta paga, una richiesta ferie, una comunicazione interna) attraverso tre o quattro sistemi isolati che non si parlano tra loro.
Questo è precisamente il punto debole della modernità organizzativa. Le aziende hanno investito, negli ultimi anni, in digitalizzazione a ritmo sostenuto: un gestionale per le presenze, un portale per il welfare, un CRM, una intranet, un tool di formazione, un’app per le note spese. Ogni strumento, preso singolarmente, risolve un problema specifico. Ma la somma non produce efficienza: produce frammentazione. La flessibilità promessa dalla trasformazione digitale, poter lavorare da qualunque luogo, con qualunque dispositivo, si trasforma nel suo opposto quando l’unico modo per esercitarla è saltare continuamente da un’interfaccia all’altra, ricordando password diverse, interfacce diverse, logiche diverse.
Questa minaccia ha un nome preciso: Digital Friction, l’attrito digitale. Non va confusa con i problemi “tradizionali” della gestione del personale: scarsità di strumenti, processi cartacei, comunicazione lenta perché fisicamente vincolata a un ufficio. Quei problemi nascevano da un difetto di digitalizzazione. L’attrito digitale nasce dal suo eccesso mal distribuito: troppi strumenti, ciascuno efficiente al proprio interno, nessuno integrato con gli altri. È una minaccia più insidiosa perché non si presenta mai come un guasto, un errore di sistema, un evento riconoscibile. Si presenta come normalità quotidiana, ed è proprio questo che la rende difficile da individuare prima che produca danni misurabili.